Robyb’s Weblog

Un blog difficilmente etichettabile

Archivio per Settembre, 2007

Una settimana, tempo di bilanci.

Pubblicato da robyb su 25 Settembre, 2007

Questo blog ha compiuto la sua prima settimana di vita.

Ringrazio Alberto e tutti coloro che mi hanno dato indicazioni su come gestirlo e portarlo avanti. Ma alcune cose mi hanno inquietato e fatto fare 2 risate. Voglio condividerle con voi. Tra le funzioni che ho scoperto c’è quella che mi dice quali parole sono state inserite nei motori di ricerca per arrivare qua. Ecco le più interessanti, con relativo commento:

subnormale - vi giuro, quando l’ho letta sono scoppiato a ridere. Ora, presumo che questa parola sia stata digitata per collegarsi a Bukowski, visto che compare in una sua citazione. Ma il fatto che sia stata ricercata in due occasioni mi inquieta un po’. A chi l’ha fatto dico che è vero, sono un gran cazzaro. Ma ti giuro che sono normale, nella mia anormalità.

psichiatri - spero valga lo stesso discorso di subnormale.

perchè si smette di parlare - questa ancora non l’ho capita. Non compare nel blog, non capisco poi perchè dovrei star zitto. Mistero.

il miglior spettacolo del mondo sono gli - e qui vorrei capire come si conclude la frase. Mi lascia in sospeso e non so cosa si stava cercando. Comunque ringrazio il motore di ricerca per reputarmi uno spettacolo. Condivido.

come diventare quella che fa le pubblicità - qua posso capire perchè vengo indirizzato. Ma ti comunico che non esiste una sola persona, ma due professionisti: art e copy.

Questo è solo un estratto. Mi inquietano alcune cose: digitando “eva green blog” oppure “come diventare copywriter” compare il mio blog come 4 o 5 dell’elenco. Come è possibile? Ora, mi chiedo, come è possibile che cosi pochi ragazzi si interessino di eva green? Non ci credo. E non voglio tutta questa autorevolezza. Chiedo a google di farmi scalare. Soprattutto non voglio sentirmi così responsabilizzato verso coloro che vogliono diventare pubblicitari.

Ma più di tutto: in agenzia i colleghi e le colleghe sanno che ho un blog. Ma me ne guardo bene dal dare loro l’indirizzo. Sospetto che qualcuna sappia (chi di voi lo sa: ditemelo). Se compaio così spudoratamente tra i primi finisco che vengo scoperto. Per favore!

Ora alcune cifre: già 329 visite. Tante. Quasi 50 al giorno. Inutile dire che il post più letto è stato quello di eva green, a conferma del fatto che la F fa vendere qualunque cosa.

Il mio bilancio “serio” personale: non pensavo mi sarei divertito, è una bella valvola di sfogo. Tutto grazie a voi. A chi passa e mi lascia un messaggio. O chi passa e perchè timido non lascia nulla. Grazie comunque. Penso che l’avventura continuerà, ma non ho la minima idea di che linea editoriale tenere (?!?). Cercherò di rimanere me stesso.

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James Marshall Hendrix: un “non etichettabile”.

Pubblicato da robyb su 24 Settembre, 2007

Scusate se lo riposto, ho visto che ho fatto dei casini…

Credo che a molti di voi che passate di qua non sia chiaro cosa intendo per “non etichettabile”. Questo personaggio ve lo spiegherà meglio. Avevo promesso di parlare anche di loro, quindi ecco perché metto Jimy Hendrix tra questi: un idolo per molti, sicuramente un genio. Perchè, come tutti i geni, o si ama o si odia. Ci sono sue canzoni che adoro, altre che non ascolterei nemmeno sotto tortura. Ops, l’ho etichettato.

Perchè non etichettabile? Perchè era analfabeta. E chi è analfabeta viene etichettato come perdente. E sin da piccolo ha dovuto lottare per affermarsi, lottando fino alla morte. In tutti i sensi. Eppure è diventato Jimy Hendrix. Per le sue note biografiche vi rimando a wikipedia, l’enciclopedia free. Non etichettabile perchè è difficile dire che chitarrista fu, il suo genere musicale. Blues e rock si fondono in un genere unico: il suo. L’unico difetto era il fatto che suonava una Fender Stratocaster (solitamente. E’ quella che compare nella foto); che poi difetto non è, perchè adatta al suo stile. Solo che io preferisco le Les Paul. Non voglio nemmeno parlarvi delle sue capacità e del perchè fu rivoluzionario, per l’uso “anomalo” degli effetti sonori (delay, wah-wah, distorsioni) o la capacità di creare suoni nuovi, etc. Un artista si giudica dalle sue opere, quindi vi invito ad andare ad ascoltare alcune sue canzoni, capirete cosa intendo. Un invito che gradirete. Ora lo sto ascoltando (”Little Wing”) e mi andava di rendergli omaggio.

ps questa settimana partirò per un viaggio nelle Repubbliche Baltiche. Non credo leggerete qualcosa qua, non mi va che diventi un diario personale. Quindi il blog andrà un po’ in vacanza. Ma il prossimo mese, se riesco, andrò in un posto che ho sempre voluto visitare ma senza riuscirci: Auschwitz. Di quello ne parlerò. Se qualcuno mi volesse dare dei consigli, è il benvenuto. Ma non qui, non sul post di Hendrix. Ne aprirò uno apposito più avanti.

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Fiducia (trust), questa sconosciuta.

Pubblicato da robyb su 22 Settembre, 2007

Se i post di prima erano off-topic (non tutti), questo è molto off-topic. Però mi va di scriverlo.

Il dizionario italiano contempla la parola fiducia, trust in inglese.
A volte mi capita di parlare di pubblicità con colleghi, compresi alcuni dc. Ci sono diversi blog in proposito. Spesso si discute, anche animatamente, delle problematiche di questo mondo. Sono molte, ma secondo me (è soltanto la mia opinione) sono riconducibili ad un unico termine: fiducia. Quella che manca tra cliente e agenzia o tra professionisti all’interno, o in qualunque ambiente. Tutti i problemi di cui si parla sono riconducibili a ciò, compresa la mancanza di serenità o le diatribe interne. Io la penso così. Secondo me, i crontratti che si stipulano dovrebbero portare a caratteri cubitali come primo articolo: “Questo contratto stipula un rapporto basato sulla fiducia”. Dovrebbe essere scontato, mi direte. Invece non lo è. O forse proprio perchè scontato ci si dimentica di questo concetto. Il dizionario della pubblicità italiana non contempla questo termine. In fondo tutti i rapporti di lavoro, o anche d’amore (per esempio) si incrinano per quello. Un tradimento che cos’è, se non un atto dimostrativo di mancanza di fiducia?

In altri parti del mondo, invece, la fiducia è un atto basilare dei rapporti, umani e di lavoro. Una condizione “sine qua non”. Perchè vi racconto questo? Perchè ho condiviso questo pensiero con un giovane copy di Roma. Uno che un giorno, stanco di respirare aria viziata, ha deciso di fare un fagottino ed è partito per l’altra parte del mondo, in Australia. Ha lottato ed ora si sta affermando. Perchè lì, dall’altra parte del mondo, si vive di fiducia. E si è più rilassati. Lui la pensa esattamente come me. E proprio per quello un copy straniero trova lavoro. In Italia si ha la presunzione di dire “un copy non può lavorare con una lingua straniera”. E’ difficile, certo. Ma all’estero conta più l’idea. L’idea è il vero esperanto: comunica in tutte le lingue.

A me non piacciono i blog diario. L’ho già scritto, sempre che non si sia qualcuno. Lui per me lo è. Non nel senso di importante (non lo conosco di persona) ma nel senso che ha un blog interessante perchè abbiamo due cose in comune: siamo giovani e copy. E’ divertente, e scoprirete diverse cose: ad esempio che i coreani sono degli scoreggioni. E suo malgrado si è ritrovato a respirare ancora aria viziata (ma di altro tipo). Eppoi, a pensarci bene, il post non è off-topic. Simone è un “non etichettabile” proprio perchè è un copy straniero e va contro l’etichetta sopra descritta. Il suo blog è: sisotto.blogspot.com

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La pubblicità è morta?

Pubblicato da robyb su 21 Settembre, 2007

Sempre il mio conoscente, un giorno ha riportato sul suo blog un bel post di Maurice Saatchi comparso a fine giugno sul Financial Times. Lo riporto, scusandomi con voi perché non ho mantenuto la promessa della linea editoriale. Ma vi riprometto che il blog tornerà quello di prima. Lo trovo un bell’articolo. Parla della “morte” della pubblicità. Leggetevelo: se si va, fatemi sapere cosa ne pensate.

Sometimes I feel as though I am standing at the graveside of a well-loved friend called advertising. The funeral rites have been observed. The gravediggers have done their work. The mourners are assembled. Most of them are embarrassed to say they ever knew the deceased. “Advertising?” they say, “I’m not in that business.” At the age of only 50, advertising was cut down in its prime. Advertising holding companies used to boast about their share of the advertising market. Now they are proud of how much of their business is not in advertising. How did this happen? The first stage in the illness, they said, was sociology - the family no longer gathered to watch television. So they said, the 30-second commercial was finished. The next symptom was technology - because, they said, even if family members were all in the same house, they would not all be watching the same screen. Laptops, mobile phones, iPods, games - all brought more media fragmentation, more channels, more choice, more complication. Now, the diagnosis is that it is all in the mind - it is all a question of psychology. Today, social scientists divide the world between digital natives and digital immigrants. Anyone over 25 is a digital immigrant. He or she has had to learn the digital language. The digital native learnt it like you learnt your mother tongue, effortlessly as you grew up. The digital immigrant struggles and forever has a thick, debilitating accent. The latest affliction, according to neuroscience - and this was the death knell - is that the digital native’s brain is physically different as a result of the digital input it received growing up. It has rewired itself. It responds faster. It sifts out. It recalls less. This, apparently, is what makes it possible for a modern teenager, in the 30 seconds of a normal television commercial, to take a telephone call, send a text, receive a photograph, play a game, download a music track, read a magazine and watch commercials at x6 speed. They call it “CPA”: continuous partial attention. The result: day-after recall scores for television advertisements have collapsed, from 35 per cent in the 1960s to 10 per cent today. So, they say, sociology, technology and psychology have put advertising in its box. If you are in advertising, you are about to be buried. What to do? There is only one option left: to pray. Conveniently, a Bible has been placed beside you in the box. Because you are a God-fearing person, you open it. Through divine good fortune, it falls open at the exact right page to show you your escape route. You find the way out in the gospel of St John: In the beginning was the Word . . . You read on: . . . and the Word was God. No copywriter could put it better. The word is the brand’s guide, protector, defender and saviour. The word comes first and it is singular - one word, not several words. For a brand, the word comes before all actions, in all media, at all times. Two words is not God. It is two gods, and two gods are one too many. The word is the saviour because in each category of global business, it will only be possible for one brand to own one particular word. And some of them have already been booked. Each brand can only own one word. Each word can only be owned by one brand. Take great care before you pick your word. It is going to be the god of your brand. Try this simple test on your own company’s products or services. Pick a brand. Any brand. Now, think of what you are trying to say. Can you precisely describe, in one word, the particular value, the characteristic, the emotion, you are trying to make your own? If it runs to a sentence, you have a problem. A paragraph? Sell your shares. Why? Because nowadays only brutally simple ideas get through. They travel lighter, they travel faster. What I am describing here is a new business model for marketing, appropriate to the digital age. In this model, companies compete for global ownership of one word in the public mind. This is “one word equity”. In this new business model, companies seek to build one word equity - to define the one characteristic they most want instantly associated with their brand around the world, and then own it. That is one-word equity. It is the modern equivalent of the best location in the high street, except the location is in the mind. For example, the word “search” is now owned by Google. For 20 years, “favourite” was owned by British Airways. Sony used to own “innovation”, but that word has probably now been taken by Apple. Royal Bank of Scotland, in its US marketing, will soon own “action”. The same applies to political parties or countries - Britain’s Labour party won three elections with the word “new”. America’s one-word equity is “freedom”. The challenge is to find the word, the word that guides everywhere. And once it is found, never to forsake it. How do you find that word? There are 750,000 words in the English language. How do you know which is the right one? It is difficult. To reduce the complex to the simple without being simplistic requires, in the words of Bertrand Russell, the painful necessity of thought. The pain comes from the ruthless paring down of the paragraph to the sentence and the sentence down to the word. One-word equity is the most priceless asset in the new world of the new technologies. Discover it and you have the route to salvation and eternal life. Lord Saatchi is an executive director of M&C Saatchi Copyright The Financial Times Limited 2007

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off topic: “Come realizzare il sogno di qualcuno: diventare un copywriter”

Pubblicato da robyb su 21 Settembre, 2007

Ieri si è svolta a Milano la Pizzafolio night: aspiranti copywriter hanno sottoposto in una pizzeria a due dc che conosco i loro portfolio. C’ero anche io, senza alcun portfolio ma solo per passare una serata in amicizia. Si è parlato di pubblicità in un ambiente informale. E’ stato bello.

Sapevo già che molti giovani hanno questo sogno. Io ero uno di loro alcuni anni fa. Stavolta sono serio, non cazzaro. E’ molto difficile intraprendere questa professione, spesso perchè i direttori creativi non vogliono impegnare parte del loro tempo per loro. Per varie ragioni, più o meno belle. Non ne faccio loro una colpa, solo penso che non sanno cosa si perdono. Io sono giovane, quello che leggete sotto è un post di un mio “amico” un po’ più anziano. D’età, non d’animo. Considerate lui come autorevole, non il sottoscritto.

Ora lascio il posto a questo bellissimo messaggio. Spero serva come incoraggiamento a chi vuole e sta cercando di intraprendere questo lavoro.

ps questo è un post serio, non preoccupatevi: la linea editoriale (?!?) tornerà quella di prima. Qualche volta un po’ di serietà non guasta.

Quali che siano le difficoltà contingenti e reali (pochi soldi, assunzioni bloccate, tanta concorrenza, nessun contatto “che conta”, ecc) l’unico modo per diventare copy è cominciare a farlo. Molti giovani aspiranti che incontro, mi danno la sensazione di considerarlo un punto di arrivo, una meta. E ritengono che per arrivarci, l’agenzia di pubblicità sia l’unico mezzo. In realtà, spesso, l’agenzia di pubblicità può essere il posto ideale per perdere la voglia di fare il copywriter. Non ci credete? Aprite un giornale, periodico o quotidiano, qualunque. Nel 90% delle campagne presenti, non vi viene il dubbio che voi avreste potuto fare di meglio? Levatevi quel dubbio. E’ vero. Lasciamo perdere le motivazioni, ci porterebbero lontani dal discorso. Il messaggio che mi interessa passare è: anche se non avete ancora trovato un’agenzia, non per questo non state già facendo i copywriters. Quello che conta, è la decisione con cui state affrontando questo viaggio. Viaggio, non meta. Quindi cercate soprattutto di godervelo, malgrado quelle che ora vi sembrano difficoltà, porte in faccia e delusioni. Oggi è domenica e sono eccezionalmente serio, non sto cazzeggiando. Non di proposito, per lo meno. Il mercato è depresso. Il sistema italiano è peggio che ingessato. Si sente un vago lezzo di gangrena. Ma internet dà agli aspiranti copy (e art) delle possibilità impensabili 20 anni fa. Per imparare dal lavoro dei migliori creativi di tutto il mondo (non solo italiani). Per farsi conoscere dal vostro core target: direttori creativi (oltre a copy e art senior). Qualche anno fa, Marco Massarotto si inventò una iniziativa fantastica “adotta un copy”. La si può trovare sull’annual ADCI. Non chiedetemi il numero, non lo ricordo. Ma ricordo l’impressione che mi fece quell’azione. Ottima. Non chiamai Massarotto solo perché…avevo le assunzioni bloccate. Spero di avergli almeno scritto una mail di complimenti. E tra me, pensai: “uno così, troverà sicuramente diverse opportunità.” Seguo con curiosità e interesse blog come “lodireicosì”, “simply aDdicted, legattediviaplinio. Penso che chi c’è dietro sta già facendo il suo “viaggio professionale”. Che se non si scoraggiano faranno anche delle belle cose. Perché le campagne che postano sono spesso belle. E saper riconoscere la bellezza è il primo passo per poterla riprodurre. A volte mi chiedo perché non mettano in pratica un’azione capace di integrare diversi strumenti di comunicazione (accessibili a budget zero). Con l’obiettivo di far conoscere i loro blog al loro target. Quando incontro dei giovani copy, non mi interessa solo vedere se sanno fare dei titoli “carini”; se sanno pensare spot TV o radio originali, rilevanti e pertinenti. Cerco di capire se siano in grado di concepire strategie di attacco più organiche alla mente del consumatore. Se sappiano produrre idee così “centrate” che poi basterà solo passione e voglia di divertirsi per declinarle in qualunque media (tradizionale e non). L’ultimo grand prix di cannes lo conosciamo tutti. Concludo. Non si è copywriter perché si lavora in un’agenzia di pubblicità. In compenso, si smette di essere un copy nel momento stesso in cui ci si sente arrivati.

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Per vendere un prodotto

Pubblicato da robyb su 20 Settembre, 2007

eva1.jpg

Quando ho aperto il blog, un mio amico mi ha fatto notare che tra gli argomenti di cui parlerò non ne ho citato uno.
In realtà questo sta nelle parole “e molti altri”. Ed è molto importante, ora vi spiego perché.
Volevo che la prima foto fosse bella: chi è più bella di Eva Green?
Su, avanti, ditemelo.
Eppoi ci sono molti altri motivi. Una delle ragioni per cui si lavora in pubblicità è la possibilità di lavorare con modelle, attrici, etc. Insomma: belle donne. Ed è vero. Lo pensavo anch’io, quello che non pensavo è che è l’art che, di solito, ha a che fare con loro. Bella fregatura.
Un casting modelle per un’azienda di intimo? Ci vanno fotografo, art e direttore creativo.

Voglio continuare a parlare di pubblicità. Nel marketing si dice che per vendere un prodotto bisogna saper “combinare” 4 p. Questo concetto l’ha formulato un certo Kotler.
La mia opinione? Fregnacce.
Questo Kotler ha sbagliato sia il numero che la lettera. Basta metterne 1, ed inizia con F.
Ecco perché la F viene messa per vendere ogni tipo di prodotto: dalla colla al silicone, agli orologi.
Ora, se questo soggetto è diventato ricchissimo sparando questa cazzata, mi sono chiesto:
perché io, che ne sparo almeno il doppio, sono povero?

Quindi ho messo questa foto per varie ragioni:
un giorno spero che google si compri ad almeno un milione di euro il mio blog. E vi ho già spiegato che la F fa vendere qualunque cosa. Dovevo mettercela.
L’altra ragione è che questo blog è stato aperto anche per fare markette, quindi ho pensato:
se qualche direttore creativo passasse di qua e credesse in me al punto di farmi una proposta, sappia che io ci vengo anche gratis. Ma mi deve promettere che mi farà realizzare un filmato che preveda la presenza di Eva Green. Almeno 4 giorni di riprese, con lei sempre in bikini.
Messaggio per il mio dc, se un giorno passasse di qua: questa è l’unica cosa che mi farebbe restare a vita dove sono ora. Ora lo sai.
Se invece pensate che io sia imbecille e incompetente, oppure vi sto sulle palle, beh, cari dc, vi do una possibilità per far sì che mi tolga dalle palle: fatemi passare questi 4-5 giorni con Eva Green e vi prometto che lascerei per sempre il mondo della pubblicità.

Ah, dimenticavo: Eva Green non è etichettabile, almeno ora. In futuro verrà etichettata come l’amante di robyb, che sarei io. Vedrete.

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“Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle.”

Pubblicato da robyb su 19 Settembre, 2007

Quando ho aperto questo blog mi sono domandato il perché. Ho dato diverse risposte, ma soprattutto mi sono chiesto quale “perché” dovesse avere questo blog. Ed ho notato che wordpress mi aveva già assegnato il pay-off: “Just another wordpress blog”. No. Proprio quello che non volevo. Non vorrei che diventi il solito diario online. Certo, parlerò di ciò che interessa a me, ma trovo antipatico voler mostrare al mondo chi si è. Sempre che si sia qualcuno. Non mi importa far sapere agli altri chi sono, perchè altrimenti diventerei “etichettabile”. Come questo blog. Quindi ho pensato di cambiare il pay-off e il motto. E di scrivere questo post.

Vorrei che il blog sia libero da tutto ciò. Ho sempre trovato antipatico dare un’etichetta a cose o persone. Quindi spesso tratterò di “non etichettabili”. Uno di loro era certamente Bukowski, forse il mio scrittore preferito. Dal quale mi sono ispirato per motto e titolo del post. Molti pseudo critici cretini hanno provato a definirlo beat, o altro. Bukowski era Bukowski. Punto. Con un unico appunto: essere definiti “non etichettabili” significa ricevere un’etichetta. Diciamo che questa sarà l’etichetta e la filosofia di questo blog.

Qui sotto trovate un po’ di citazioni, prese da alcune sue opere, che vi spiegheranno meglio questo concetto. Alcune non sono prese a caso, sono quelle che in parte rispecchiano il sottoscritto e le sue passioni, quelle che ho già elencato in parte nel primo post. Quelle di cui si parlerà qui. Che spiegano, ad esempio, perchè faccio il copy; o meglio, perchè non faccio il bancario. Altre non hanno la pretesa di spiegare nulla, ma sono qui sotto solo perchè mi piacciono. Ricordando però che “il guaio di ogni aforisma, di ogni affermazione, è che può facilmente diventare una mezza verità, una fregnaccia, una bugia o un appassito luogo comune.”. Quella che hai appena letto è una citazione. Di chi? Ovvio, Bukowski.

“Detesto i prati perché tutti hanno un prato con l’erba e, quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri.”

“Non cerco mai di migliorarmi o di imparare qualcosa, rimango esattamente come sono.
Non sono uno che impara, sono uno che evita. Non ho voglia di imparare, mi sento perfettamente normale nel mio mondo pazzo; non voglio diventare come gli altri.”

“Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.”

“Le uniche persone che conoscono la pietà sono quelle che ne hanno bisogno”

“Forse riusciamo a farcela. Cerca di avere l’aria di un bancario, di un dottore…”
“E che aria hanno?”
“Stupida e soddisfatta.”

“Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta.
Ma chi cazzo li aveva, i fottuti soldi?”

“La gente è il più grande spettacolo del mondo.E non si paga il biglietto.”

“L’anima libera è rara,ma quando la vedi la riconosci:
soprattutto perchè provi un senso di benessere,quando gli sei vicino.”

“L’uomo è vittima di un ambiente che non tiene conto della sua anima”

“Fay aveva una macchia di sangue all’angolo sinistro della bocca e io presi un panno bagnato e gliela lavai via. Le donne erano destinate a soffrire; non c’era da meravigliarsi che volessero sempre grandi dichiarazioni d’amore.”

“I soldi sono una cosa seria. Qualcuno è convinto persino che parlino.”

“Passai accanto a duecento persone e non riuscii a vedere un solo essere umano.”

“I lettori prendono da uno scrittore, o da un libro, quel che gli serve e trascurano il resto. Ma quel che gli serve è quel che in realtà non gli serve mentre trascurano quel che gli servirebbe maggiormente.”

“l’incertezza della conoscenza non era diversa dalla sicurezza dell’ignoranza.”

“Le feci tener su le scarpe coi tacchi alti. Sono un freak. Il corpo al naturale non lo reggo, ho bisogno di farmi ingannare. Gli psichiatri hanno un termine specifico per questo, ed io ho un termine specifico per gli psichiatri.”

“Un uomo o è un artista, o una mezzasega, e non deve rispondere a nient’altro, direi,
se non alla propria energia creativa.”

“Scrivere poesie non è difficile; è difficile viverle.”

“Lo stile è uno strumento utile per dire quello che hai da dire, ma quando non hai più niente da dire lo stile è un cazzo moscio di fronte alla mirabilissima fica dell’universo.”

“Pensate a tutti i milioni di persone che vivono insieme anche se non gli piace, odiano il lavoro ma hanno paura di perderlo, non c’è da meravigliarsi se hanno la faccia che hanno.”

“La verità sta nelle sfumature”

“Il miglior lettore e il miglior essere umano sono quelli che mi fanno la grazia della loro assenza.”

“Gente che va su e giù per le scale mobili, negli ascensori, che guida automobili, le porte dei garage che si aprono schiacciando un pulsante. Poi vanno in palestra per smaltire il grasso.”

“Nella società c’è sempre chi difende i subnormali perché non si rende conto che i subnormali sono subnormali.
E la ragione per cui non se ne rendono conto è che sono subnormali anche loro. Viviamo in una società subnormale e questo è il motivo per cui tutti si comportano come si comportano e si fanno fra loro le cose che si fanno. Ma questi sono fatti loro e a me non interessa, a parte il fatto che ci devo vivere insieme.”

“Pensate a tutte le persone che in vita loro non hanno mai sentito musica decente.
Non c’è da meravigliarsi che le loro facce cadano a pezzi,
non c’è da meravigliarsi che uccidano senza pensarci due volte,
non c’è da meravigliarsi che non abbiano cuore.”

“- ho bisogno di qualcosa da bere.
- tutti ne hanno bisogno solo che non lo sanno.”

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Gli auguri di Natale

Pubblicato da robyb su 18 Settembre, 2007

Ecco, dopo appena 5 minuti mi hanno già tempestato di visite chiedendomi di postare ancora. Supplicandomi.

E allora vi accontento.

Sto lavorando alla realizzazione degli auguri di Natale da mandare in allegato al regalo. Ora, a parte il fatto che a me non piace il Natale e che devo già lavorarci sopra a tre mesi di distanza, trovo che questo sia il lavoro più difficile e duro per un copy. Perchè bisogna lavorare su qualcosa che non si può cambiare. Mi spiego: qualunque cosa si faccia, non sarà mai meglio di un “Vogliamo augurarvi un felice xxx”. Perchè il senso resta quello. Gira e rigira è sempre quello. Ed è inutile trovare qualcosa di meglio. La cosa che rende tutto difficile è che, come sempre, richiede qualcosa di simpatico, un linguaggio ironico. E possibilmente legato al regalo. E, come sempre, non andrà mai bene nulla, perchè è facile chiedere ironia, ma impossibile capire quale. Non si può scherzare sulla sacralità di questa festa, non si può scherzare su tutto ciò che riguarda questa inutile festa.

Quindi vi chiedo: avete qualche head da suggerirmi? Non verrete certo pagati, ma riceverete un bel grazie. Ecco, quello sarà veramente bello. Mi rivolgo anche a voi, aspiranti copywriter: avrete la possibilità di mettervi in mostra. Qualcuno potrebbe passare di qua e notarvi. Poi il merito spetterebbe a me, ovviamente. Si accetta ogni tipo di consiglio o suggerimento.

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Ho aperto un blog anch’io.

Pubblicato da robyb su 18 Settembre, 2007

Ho deciso di aprire un blog. Affermazione. Idiota, perchè se state leggendo significa che lo sapete già. Ma non sapete che sono molto impedito in tutto ciò che riguarda il mondo elettronico e informatico. E l’affermazione, come potete vedere, non è più tanto idiota. Per me è un traguardo. Come lo è stato il mio diploma di programmatore. E’ vero, forse sarebbe stato meglio studiare informatica piuttosto che navigare, giocare a golf o ad altri videogiochi durante le lezioni. E forse non sarei più così ignorante in informatica ma lo sarei in molte altre materie. Quelle che realmente mi interessano. Quali?

Pubblicità, viaggi, musica, cinema, libri. E molto altro ancora.

Ecco, parlerò di queste cose. Ma mi piacerebbe dire parleremo: se vorrete postare e commentare sarete i benvenuti.

Che l’avventura abbia inizio!

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